La Teshuvà

Alcuni spunti dalle leggi del Maimonide

Per l’avvicinarsi del Capodanno Ebraico, chiamato anche Yom Ha-Din, “il giorno del Giudizio”, ho raccolto una piccola antologia delle lezioni sulle leggi della “Teshuvà”, il ritorno o pentimento, tratte dall’opera del Maimonide, di benedetta memoria, che ho tenuto gli anni scorsi. Il lettore realizzerà facilmente la gravità dei peccati materiali e spirituali qui descritti, e rifletterà sulla loro diffusa presenza nella società antica tanto quanto in quella moderna, sia in ambito ebraico che non. Il fatto stesso che fin dall’antichità i Saggi ci abbiano ammonito riguardo a queste leggi della Torà, e che poi il Maimonide le abbia inserite nel suo codice quasi mille anni fa, dimostra quanto comuni e diffusi questi comportamenti distruttivi e autolesionisti siano sempre stati e siano ancora, persino nelle cerchie apparentemente più religiose.

1- Introduzione

L’obbligo di confessarsi di fronte a Dio e pentirsi quando si commette una trasgressione della legge, è esplicitato dalla Torà (Num V,6-7), ed è valido tutto l’anno, ma prende una valenza speciale nei 10 giorni tra Rosh Hashanà e Kippur. In questi 10 giorni – scrive il Rambam- vi è l’uso di moltiplicare le buone azioni rispetto al resto dell’anno, e di recarsi di notte a pregare nelle sinagoghe con suppliche e richieste di perdono. Cos’hanno di speciale questi 10 giorni rispetto a tutto il resto dell’anno?

Il Maimonide dà due spiegazioni:

1) In questi giorni la Teshuvà “è più bella e viene accolta subito, come dice Isaia (55,6): <<Ricercate il Signore quando è disponibile>>” (2,6). Bisogna ricordare che “Teshuvà” significa letteralmente “ritorno”. Essa non è unicamente il pentimento dei peccati, ma ambisce a molto di più: a ritornare al Signore, cioè a recuperare la vicinanza con la spiritualità che potremmo avere perso o ridotto per colpa di azioni e pensieri incompatibili con essa. Ogni essere umano possiede un’anima, che altro non è che una connessione diretta con la spiritualità divina. Essa rappresenta il fulcro della nostra essenza, il nostro vero Io. La Teshuvà, il “ritorno”, significa recuperare il contatto con questa forza al nostro interno, e ridarle la possibilità di essere la forza dominante della nostra vita, lasciandoci governare ed orientare da essa. La necessità di fare Teshuvà nel senso di pentirsi dai peccati, è costante durante l’anno, ma la sua forma più alta, la “più bella” nelle parole del Rambam, è il vero e proprio riallineamento della nostra vita con la forza spirituale e divina, e questa forma di Teshuvà può avvenire solo in questi 10 giorni , in cui “Dio è disponibile”, cioè la connessione è più forte, come afferma la seconda parte del versetto di Isaia: <<Invocatelo mentre è vicino>>.

2) Tutto quanto sopra si applica all’individuo. Per quanto riguarda la comunità, invece, la forza della Teshuvà collettiva è sufficientemente potente per recuperare la connessione con la spiritualità divina in qualsiasi momento dell’anno, come affermato dal verso di Deut. IV,7: <<…Un Dio vicino come il nostro Signore, in ogni momento in cui lo invochiamo>> (Dal Talmud Rosh Hashanà 18a). Durante i 10 giorni di Teshuvà tra Rosh Hashanà e Kippur, dunque, ogni individuo possiede la stessa potenzialità dell’intera comunità, ed ottiene risposta immediata – un’occasione non da poco.

2- Inculcare Paura

Continuiamo a parlare delle Leggi sulla Teshuvà del Maimonide (Cap 3, 6 segg.) con un tipo di peccato che è in assoluto tra i più gravi: per chi si macchia di tali azioni non vi è più speranza alcuna. Secondo il Maimonide, infatti, vi sono tre tipi di peccati: 1) I peccati minori: se commessi in vita, il peccatore soffre una punizione dopo la morte, ma di breve durata, e poi guadagna ugualmente la vita spirituale eterna; 2) i peccati per i quali è prevista la pena del Karet – la morte spirituale: se la persona ha commesso uno di questi peccati in vita, l’anima del peccatore non guadagna la vita spirituale, e viene distrutta con la morte; 3) Vi sono ulteriori 13 peccati che sono ancora più gravi rispetto alla categoria 2: se la persona si è macchiata di questi 13 peccati, la sua anima non solo non verrà mai riabilitata, non solo non guadagnerà la vita spirituale, ma non sarà nemmeno distrutta: verrà invece punita per l’eternità – è il “fine pena mai” (Rosh Hashanà 17a).

Alla decima posizione tra queste 13 azioni che sono le peggiori in assoluto che un uomo possa commettere, troviamo la seguente:

10) Colui che inculca paura nella popolazione per finalità diverse dal servizio Divino

Il Talmud spiega che un esempio di questo comportamento sono i governanti: essi incutono timore nella gente unicamente per soddisfare la propria sete di dominio e soggiogare la popolazione col terrore. Avete presente Robespierre? Ma anche riferito ad oggi, è chiaro di cosa stiamo parlando. Quando la politica manipola la gente, sfruttando le sue paure e facendo terrorismo psicologico, rientra certamente in questa categoria. Allo stesso modo vi rientrano i media, i giornalisti, i cosiddetti “esperti”, e le infinite altre voci che, in proporzione grande o piccola, instillano timore e poi cavalcano le paure della gente. Tutte queste persone commettono il peccato numero 10 tra i 13 peccati più gravi in assoluto di cui l’essere umano possa macchiarsi. Per loro non vi è alcuna speranza di salvezza.

Naturalmente tra le nostre paure, quella che questo tipo di persone cavalcano con più successo e facilità è la paura della malattia e della morte. Il Maimonide ci ricorda perciò che un essere umano non deve mai temere nulla, eccetto il suo Creatore. Sappiamo infatti che <<Non è la natura matrigna ad uccidere, bensì sono i nostri fallimenti ad uccidere>> (Berachot 33a). Dobbiamo anche tenere sempre bene a mente che per colui che teme il Signore la morte non significa nulla: <<per il Signore, persino alla morte esistono rimedi>> (Salmo 68,21).

Ad eccezione del nostro Creatore, Signore e Padrone del Mondo e di tutto quanto esso contiene, nulla e nessuno di ciò che ci circonda in questo mondo deve farci paura, e chi cerca di intimorirci con questi banali pretesti va guardato con estremo biasimo e spregio: egli sta infatti uccidendo la sua anima e rinunciando alla sua spiritualità per sempre.

3- La delazione

Abbiamo studiato, tra le leggi della Teshuvà del Maimonide, la decima tra le 13 azioni che sono le peggiori in assoluto che un uomo possa commettere, la cui pena prevista è eterna, il “fine pena mai”. La Delazione si trova invece al nono posto tra queste azioni (H Teshuvà 3,12). Ma i delatori, secondo la Torà, non dovrebbero nemmeno preoccuparsi più di tanto di quello che succederà alla loro anima in futuro: la loro prima e principale preoccupazione, in un contesto di una società rispettosa delle regole divine che assicurano una società civile in cui vi è rispetto per la persona, dovrebbe essere piuttosto per le conseguenze immediate della loro azione di delazione. Stabilisce infatti il Maimonide (H. Chovel Umazik 8,10):

<<E’ permesso uccidere un delatore ovunque ed in qualsiasi momento, anche in assenza di una sentenza passata in giudicato da parte di un tribunale appropriato. Anche se egli ha solo l’intenzione di fare la spia riguardo a qualcuno, cioè di far correre un rischio a quella persona o alle sue proprietà, persino se il rischio riguardasse una perdita economica minima, anche solo manifestando una simile intenzione il delatore [rinuncia alla sua vita e] permette a chiunque di ucciderlo. [Se possibile, è meglio] ammonirlo. [In ogni caso], ucciderlo è una mizvà, un atto meritorio, e chiunque [non solo il diretto interessato] lo uccida, è meritevole>>.

Per quale ragione è necessario trattare con tanta severità chi fa la spia, il delatore, persino nel caso in cui non metta a rischio la vita degli altri, come avveniva ai tempi della Gestapo, ma anche se solo causa loro un minimo danno economico? Il Bet Yossef (Choshen Mishpat 388) risponde citando una Teshuvà del Rashbà, in cui l’autore sottolinea che è vietato usare clemenza con simili individui, perché <<Usare clemenza con loro equivale ad essere crudeli con tutti gli altri>>.

Ora, nessuno si sognerà di certo al giorno d’oggi di andare fisicamente ad uccidere i delatori, anche perché sarebbe inutile: essi hanno reso la loro esistenza priva di alcun valore, al punto che la loro vita non vale più nulla. Devono essere ben consci della gravità di quello che fanno: si tratta del peccato numero 9 tra i 13 peccati più gravi in assoluto di cui l’essere umano possa macchiarsi, e ciò significa che per loro non vi è alcuna speranza di salvezza. Anche loro, come chi si macchia del peccato numero 10 che abbiamo visto a Settembre, devono essere guardati con estremo biasimo e spregio: stanno infatti uccidendo la loro anima e rinunciando alla loro vita spirituale per sempre.

4 – L’Indifferenza

La quarta pillola di Teshuvà dal Maimonide con la quale avvicinarsi a Kippur riguarda uno dei 4 peccati più gravi tra le 24 categorie di azioni che impediscono la Teshuvà, il ritorno, il pentimento ed il perdono (4,1). Bisogna infatti sapere che, in generale, a tutti coloro che hanno trasgredito la legge, ma che vogliono tornare sui loro passi e riparare ai loro errori, non solo è data la possibilità di farlo, ma essi vengono anche aiutati dalla Divina Ispirazione nel loro percorso di ritorno a Dio, come dice il Talmud (Shabbat 104a): <<Chi viene a purificarsi viene assistito>>. A queste 4 categorie di trasgressori, invece, non viene esteso un simile privilegio. Per quale motivo?

Perchè – spiega il Meiri (Chibur Hateshuvà) – questi individui hanno influenzato gli altri, e tramite le loro parole o azioni, hanno causato che altre persone peccassero, o quantomeno non gliel’hanno impedito, ed ora sarà loro estremamente difficile riparare al danno causato. A cosa può essere paragonata la loro situazione? A quella di un ladro, che non potrà mai ottenere il perdono per ciò che ha fatto, fintanto che non restituisce il maltolto. Allo stesso modo, fintanto che le parole o azioni di queste persone continueranno ad avere un effetto negativo sugli altri, essi saranno intrappolati nel loro peccato, e non riusciranno mai a liberarsene. Per loro esiste soltanto un’unica speranza di salvezza: se essi fossero in grado di influenzare positivamente tutti coloro sui quali hanno avuto un’influenza nefasta, e li motivassero a rivedere le loro posizioni ed a cambiare in meglio, ecco che si aprirebbe anche per loro la strada per il perdono.

Al terzo posto tra questi 4 peccati più gravi, troviamo il seguente:

3) Colui che assiste inerte mentre il proprio figlio, oppure chiunque altro egli abbia la capacità di influenzare e correggere, prende una strada sbagliata e negativa. Astenendosi dall’intervenire, egli implicitamente permette questa deriva, e se ne assume la responsabilità. Si macchiano di questo peccato tutti coloro che hanno la potenzialità di intervenire per impedire gravi derive individuali o collettive, ma non intervengono, disinteressandosene.

Questo tipo di persone possono essere certamente i genitori troppo permissivi, che non richiedono ai figli di rispettare rigidi standard etici e morali, che magari si impegnano molto nel convincerli a perseguire una carriera redditizia, ma che si disinteressano completamente di come parlano e di come si comportano. Ma ancora infinitamente più grave è la responsabilità di tutti coloro che hanno una posizione in vista nella società, che hanno ruoli pubblici attraverso cui riescono a raggiungere molte persone, e non usano la loro posizione per insegnare il corretto comportamento, e per ammonire e correggere i difetti della società. Nel Talmud (Shabbat 54b) infatti si avverte che: <<Chiunque abbia la potenzialità di ammonire gli altri, e non lo fa, è ritenuto responsabile del loro comportamento., sia che si tratti solo della sua famiglia, oppure di tutta la sua città, o addirittura del mondo intero>>.

Oggi esistono mezzi di comunicazione tramite i quali questa condizione privilegiata di poter raggiungere ed influenzare, nel bene e nel male, masse di persone in quantità ed a distanza un tempo impensabili, è a disposizione di molti, quasi di tutti. Oggi chiunque scrive su internet, ha la potenzialità perlomeno teorica di raggiungere quasi chiunque altro. Sono nate persino delle figure, gli “influencers”, che cercano di diffondere mode, accessori, stili di vita, ideologie, eccetera. Tutti costoro non hanno la minima idea del guaio in cui si sono cacciati: la responsabilità di queste persone, esattamente come la loro potenzialità, non ha più limiti né confini. Oggi corriamo praticamente tutti il rischio costante di rientrare in questa categoria di persone che assistono inerti alle peggiori infamie, senza protestare e senza ammonire, ed alle quali poi non sarà più data la possibilità di ritorno, perché ci saremo resi complici.

Qualcuno potrebbe cercare di giustificarsi sostenendo che <<Bisogna parlare quando si sa che si verrà ascoltati, ma non bisogna parlare invece quando si sa che non si verrà ascoltati>> (Yevamot 65b). Ma non bisogna nemmeno essere così pessimisti: anche se una piccola o piccolissima parte ascoltasse, ci solleverebbe comunque dalla responsabilità di aver assistito inerti alla deriva della società. Una responsabilità gravissima, che purtroppo ricade su molta gente, e dalla quale non vi è alcuna possibilità di salvezza.

5- Odiare le Critiche

Concludiamo le nostre pillole di Teshuvà dal Maimonide con un ulteriore spunto dal cap. 4 (2). Abbiamo già visto che esistono 24 categorie di azioni che impediscono la Teshuvà, il ritorno, il pentimento ed il perdono (4,1). Nei primi 4 casi, come abbiamo detto, al trasgressore viene negata la divina assistenza che faciliterebbe il suo ritorno sulla retta via, e questa situazione dura tutto il periodo di tempo che le sue azioni producono ancora conseguenze negative sugli altri. Nei successivi 5 casi, invece, è la stessa azione commessa o posizione presa dal trasgressore ad impedirgli di ritornare sulla retta via, in modo del tutto naturale e consequenziale.

L’ultimo di questi 5 atteggiamenti negativi è il seguente:

5) Odiare le critiche. Assumere un simile atteggiamento non permetterà mai di ritornare sulla retta via, perché la critica altrui è indispensabile per capire di star sbagliando e per provare vergogna dei propri errori, e ciò porterà la persona a cambiare idea. Per questo motivo i rimproveri sono presenti nella Torà e nei Profeti (…). Chi odia essere criticato, invece, non ascolterà mai nessuno, non cambierà mai idea e continuerà sempre a sbagliare illudendosi di essere nel giusto.

Quante persone conosciamo che rimangono a lungo prigionieri di questo atteggiamento saccente ed arrogante, e non riescono mai a prendere nemmeno lontanamente in considerazione l’ipotesi di star clamorosamente sbagliando, finché non vanno a sbattere contro il muro? Dai manager che, incuranti di qualsiasi avviso dei contabili, mandano in rovina la società, ai politici che sacrificano il loro paese sull’altare di una ideologia utopistica, fino agli scienziati che seguono caparbiamente la loro teoria piuttosto che la realtà – dai grandi personaggi fino ai piccoli protagonisti delle nostre vite quotidiane, ben pochi sono capaci di accogliere con favore ogni critica (costruttiva, s’intende, non certo quelle ideologiche o aprioristiche) per confrontare minuziosamente le proprie idee con la realtà dei fatti in modo oggettivo ed obiettivo. Tuttavia, non essere pronti a compiere un simile processo in ogni situazione, porta in molti casi queste persone ad andare a sbattere, non per punizione divina, ma semplicemente in modo del tutto naturale e consequenziale.

Insegna il Maimonide in un altro posto (Deot,6,7): <<La Torà ci prescrive di criticare gli sbagli altrui, ammonire e rimproverare il nostro prossimo (Lev., XIX,17), ovviamente in modo gentile ed educato, facendogli chiaramente intendere che abbiamo come unica preoccupazione il suo bene materiale ed il bene della sua anima, ed insistere anche, se necessario, finché questi non ci caccia. Astenersi dalla critica degli sbagli altrui, infatti, è un gravissimo errore, e corrisponde a divenire conniventi>>, come abbiamo visto la volta scorsa . Il Magen Avraham (608,3) aggiunge che la critica deve avvenire in privato nel caso lo sbaglio avvenga in privato, come dice la Torà (Lev., loc. cit.): <<[non imbarazzare il tuo prossimo quando lo rimproveri], per non incorrere in peccato nei suoi riguardi>>, ma deve avvenire in pubblico nel caso in cui lo sbaglio avvenga in pubblico, in modo da evitare che venga commessa una pubblica profanazione del Nome di Dio, calpestando pubblicamente la giustizia e la verità.

Quando una persona del genere, come spesso purtroppo accade, riveste ruoli pubblici, e prende posizioni sbagliate non a tu per tu in privato, ma su questioni di interesse generale, spirituali o ideologiche (“questioni celesti” le chiama il Maimonide) , criticarlo in modo gentile ed educato in privato non risulterà efficace, e nemmeno possibile in molti casi. <<In simili casi -conclude il Maimonide – la persona in questione va criticata senza indugio in pubblico, svergognandola di fronte a tutti e dando il maggior risalto possibile al suo errore. [Se è necessario], si può anche insultarla e minacciarla finché non riconosce il suo errore e si corregge. Questo è sempre stato l’approccio dei nostri profeti>> (Deot, 6,8). Ed è da loro che dobbiamo imparare a non ammettere mai che nelle nostre società si propaghino errori e comportamenti lontani dalla verità e dalla giustizia senza protestare e criticare, perché altrimenti saremmo considerati complici e conniventi, e si arriverà a profanare pubblicamente il Nome di Dio, che è l’errore più grave che si possa commettere.

6- Conclusione

Se terremo tutte queste considerazioni sulla Teshuvà del Maimonide sempre bene in mente, inizieremo nel modo migliore il nuovo anno avvicinandoci a Rosh Hashanà, Shabbat Shuvà ed al digiuno di Kippur.

Shanà Tovà e Chatimà tova!