Il 9 di Av

Cos’ha in comune la punizione divina di trascorrere quarant’anni nel deserto 33 secoli fa, con la liquidazione del ghetto di Varsavia del 1942? Il rogo di Gerusalemme da parte di Nabuccodonnosor 26 secoli fa con la Soluzione finale di Heinrich Himmler del 1941? La distruzione di Gerusalemme da parte di Tito 1952 anni fa con la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia che scatena la prima guerra mondiale e il trentennio di guerre in Europa, 108 anni fa? con la sconfitta della rivolta di Bar Kochbà 1887 anni fa? con la prima crociata 926 anni fa? con l’espulsione degli Ebrei dall’Inghilterra 732 anni fa? con quella dalla Francia 716 anni fa e dalla Spagna (e da Milano) 530 anni fa?

Cos’hanno in comune tutti questi eventi drammatici e molti altri, che attraversano il tempo e lo spazio? Hanno in comune la data: sono tutti avvenuti in un unico giorno del calendario ebraico: il 9 di Av, ed alcuni si sono protratti all’indomani, il 10. Ecco perché, afferma il Talmud: <<Digiunare il 9 di Av è sempre obbligatorio, perché in esso le tragedie si sono moltiplicate>> (R.H. 18b).

Questo digiuno non è stato istituito dalla Torà, come il digiuno di Kippur, bensì soltanto dai profeti: <<Così dice il Signore degli eserciti: … il digiuno del quinto mese…>> (Zecharia VIII,19). Tuttavia, i nostri Saggi lo hanno paragonato a Kippur: <<Chiunque mangi e beva il 9 di Av, è come se mangiasse e bevesse a Kippur>> (Taanit 30b). Naturalmente l’ espressione utilizzata, “keilu”, “è come se”, non indica una equazione esatta, ma soltanto un paragone allegorico.

Leggeremo allora nelle Lamentazioni di Geremia: <<Giuda è in esilio, vittima di oppressione e di dura schiavitù; abita fra le nazioni, ma non trova riposo; tutti i suoi persecutori l’hanno raggiunto tra le ristrettezze>>. Cosa sono queste “ristrettezze”?

Si tratta delle tre settimane che intercorrono tra il 17 di Tammuz ed il 9 di Av (Rashi dal Midrash). In altre epoche, molti digiunavano ogni giorno dall’alba al tramonto in queste settimane. Oggi sono rimaste solo alcune tradizioni che mostrano dei segni esteriori di lutto. Ma il digiuno rimane il rimedio più potente per il corpo e per lo spirito. Così come fa bene al sistema immunitario del nostro corpo, proteggendoci dalle epidemie, il digiuno fa altrettanto bene al nostro spirito, proteggendoci dal predominio dei nostri istinti e delle nostre pulsioni materiali.

Oltre alla necessità di astenersi dal consumo di cibi e bevande stabilita dai profeti, i Saggi della Mishnà e del Talmud, alcuni dei quali vissero ai tempi della dominazione romana, decretarono ulteriori segni di lutto sia per il giorno di digiuno, che per i giorni precedenti.

Stabilisce la Mishnà: <<Dall’inizio del mese di Av, si diminuisce la gioia. Dall’inizio della settimana in cui cade il digiuno, non ci si tagliano i capelli e non si fa il bucato. [All’ultimo pasto] prima del digiuno si mangia meno del solito, non si mangia carne, non si beve vino e non si consuma più di una portata di cibi cotti>> (Taanit 26b). Il Talmud chiarisce esattamente cosa sia permesso e cosa vietato: durante i giorni della settimana precedenti il digiuno, è permesso fare un bucato normale di altri tessuti, mentre il divieto riguarda unicamente il lavaggio della lana , e solamente in modo professionale ( 29b ) . Tosafot però riporta (30 a) che Rashi usava essere più rigoroso , e non portava nulla in lavanderia nei giorni precedenti al digiuno, nemmeno i tessuti che si possono lavare, come il lino. Fare il bagno alla vigilia è vietato, per lo meno subito prima dell’inizio del digiuno, cioè nel momento in cui si consuma l’ultimo pasto, quello senza carne e senza vino (30 a).

Al tramonto inizia il digiuno vero e proprio e, oltre ai precedenti 2 divieti già in vigore durante la settimana, cioè (1) non tagliarsi i capelli e (2) non fare il bucato professionale, entrano in vigore altri 6 divieti: (3) mangiare; (4) bere; (5) ungersi la pelle; (6) calzare scarpe di cuoio o pelle; (7) avere rapporti coniugali; e infine ( 8 ) studiare Torà, ad eccezione degli argomenti tristi delle Lamentazioni, Giobbe, Geremia, o anche di qualsiasi parte nuova e sconosciuta, che risulterà perciò ostica e dal cui studio non si ricaverà godimento.

Vi sono, infine, due ulteriori attività non espressamente vietate, ma comunque da evitare in questo giorno di lutto nazionale, e cioè: (A) lavorare durante il digiuno non è vietato, ma è comunque altamente sconsigliato (30b); inoltre, ( B ) benché ciò non sia specificato nel testo, se immediatamente prima del digiuno è vietato farsi il bagno, a logica si può dedurre che a maggior ragione il bagno sarebbe da evitarsi anche durante il digiuno stesso (Shulchan Aruch, 551,16). È chiaro, però, che la stessa logica può anche essere utilizzata per giungere alla conclusione opposta: non aver specificato tra i divieti quello di fare il bagno, equivale a permetterlo (Ran, Taanit 9b). Entrambe le opinioni appaiono, quindi, legittime. Lavarsi altrimenti, a scopo igienico, laddove necessario è invece sempre permesso.

Può succedere che il digiuno inizi mercoledì al tramonto, e prosegua giovedì, fino al calar della notte. Poichè in tal caso solo un giorno lo separa dallo shabbat, giovedì pomeriggio continua ad essere proibito mangiare e bere, ma dal mezzogiorno in poi decadono quegli altri divieti, come fare il bucato e tagliarsi i capelli, che altrimenti impedirebbero di incominciare per tempo i preparativi allo shabbat, in modo tale che ognuno possa iniziarli come d’abitudine il giovedì pomeriggio, ed abbia quindi sufficiente tempo per portarli a termine adeguatamente e comodamente (Taanit 30 a – Tosafot).

Altre volte, come quest’anno, avviene che il 9 di Av capiti di Shabbat. In tal caso, festeggeremo lo shabbat come se niente fosse, e il digiuno verrà posticipato (“Nidche”) al giorno dopo. Rabbi Yehudà ha-Nassì, in simili casi, sosteneva che il digiuno sarebbe dovuto diventare come gli altri digiuni minori, cioè dall’alba al tramonto (Tosafot a Meghillà 5b), ma i Rabbini non accettarono la sua posizione, ed il digiuno rimase stabilito di 24 ore anche in un caso come quest’anno, in cui si digiuna il 10 di Av. Riguardo alle altre espressioni di lutto, invece, riteniamo possibile seguire l’opinione di Rabbi.

La halachà moderna e contemporanea, come sempre, ha infatti voluto generalizzare e rendere obbligatorie per tutti una serie di usanze che all’origine riguardavano ristrettissime cerchie di mistici, ed ha caricato la giornata di lutto di tutta una serie di restrizioni ulteriori, che comprensibilmente si sono diffuse specialmente nel mondo ashkenazita, vittima di una serie di tragedie e calamità in quell’epoca, che va grossomodo dalla Controriforma all’Illuminismo.

Nella letteratura rabbinica moderna e contemporanea ritroviamo, infatti, oltre a tutto ciò che hanno stabilito i Profeti, la Mishna ed il Talmud, e che abbiamo riassunto, anche una serie di usanze particolari, relative a tempi e luoghi specifici, ulteriormente rigorose. Tutte queste forme e manifestazioni esteriori di lutto, però, non devono distogliere la nostra attenzione dalla sostanza, dal fulcro fondamentale del digiuno , cioè dall’astenersi da ogni forma di nutrimento del corpo fisico, affinchè ciò veicoli in noi uno stato d’animo il più possibile spirituale, ed affinché un simile stato percettivo amplificato prenda il sopravvento almeno momentaneamente dentro di noi. Altrimenti, se questo non avvenisse, non riusciremmo ad ottenere nemmeno per un istante una visione chiara della nostra finalità storica, rimarremmo accecati dalla materialità fisica, costretti a brancolare nel buio, e saremmo così perennemente prigionieri di un eterno ripetersi dei nostri sbagli sempre uguali a se stessi. Lo testimoniano le parole dei nostri Saggi: <<Chiunque mangi e beva a Tishà Beav, non vedrà la consolazione di Gerusalemme>> (Taanit 30b).

Purtroppo finora questa consolazione e redenzione finale non l’ha vista nemmeno chi digiunava, ma la speranza -si sa- è l’ultima a morire…