Siyum Masechet Sukkà – Conclusione dello studio del trattato talmudico delle Capanne

Abbiamo completato il trattato talmudico di Sukkà (pl- “Sukkot”), che è incentrato proprio sulle capanne e sull’omonima festa, una delle tre feste di pellegrinaggio che incontreremo a breve, dopo il capodanno ed il digiuno di Kippur. Questa festa è comandata dalla Torà divina con le parole: <<Abiterete nelle capanne (“Sukkot”) per sette giorni… affinché i vostri discendenti sappiano che Ho fatto risiedere nelle capanne i Figli d’Israele quando li Ho fatti uscire dalla terra d’Egitto. Io il Signore vostro Dio.>> (Lev. XXIII,42-43)

Colpisce subito il fatto che, tra tutte le feste ebraiche, questa cosiddetta “delle Capanne” sia l’unica a non essere mai stata mutuata né dal Cristianesimo, né dall’Islam. Mentre infatti tutte le altre feste o ricorrenze ebraiche sono state in qualche modo all’origine di quelle Cristiane o Musulmane, se non altro in nuce, nei concetti fondamentali, o quantomeno nelle manifestazioni esteriori, in questo caso invece non sembra esserci stato nessun trasferimento di forma o di sostanza verso quelle tradizioni. Si tratta dunque, tra tutte, della festa più tipica e specifica dell’Ebraismo nel contesto religioso e culturale generale.

Un’altra curiosità poco nota è che il nostro trattato si apre e si chiude su dei personaggi femminili. Questo fatto è particolarmente sorprendente alla luce dell’insegnamento della Legge Orale, riportato a pag. 28b, in cui si esplicita che le donne non sono soggette all’obbligo di risiedere nella Sukkà. Infatti, anche se si tratta di una mitzvah positiva delimitata nel tempo, e le donne generalmente non sono soggette a questo tipo di obblighi, si sarebbe comunque potuto pensare che siccome bisogna risiedere nella capanna come si risiede in casa, la coppia avrebbe dovuto risiedere insieme. Alternativamente, si sarebbe potuto pensare che, come la prima sera di Pesach anche le donne sono obbligate a mangiare Mazzà, così potrebbero essere obbligate anche a stare in Sukka, sulla base della analogia delle date della festa, che cadono entrambe il 15 del mese.

Come abbiamo detto, il trattato si apre con un aneddoto su un personaggio femminile positivo, e si chiude con uno negativo. Ancora più sorprendente sarà il fatto che il personaggio scelto dal Talmud come esempio positivo sia una convertita all’Ebraismo, mentre il personaggio scelto per convogliare l’esempio negativo appartenga invece ad una famiglia della casta sacerdotale di purissimo lignaggio.

Il personaggio femminile positivo che incontriamo nella prima pagina del trattato è la Regina Elena che, secondo il racconto talmudico, svolgeva tutte le mizvot, anche quelle a cui le donne generalmente non sono soggette. Il personaggio storico in questione è un eccellente esempio di convertita all’Ebraismo, la cui vicenda si situa attorno all’anno 30 della nostra era. Il suo nome completo era Regina Adiabene, moglie di Monobaz I, e madre di Monobaz II. Visitò Israele attorno all’anno 43, e vi portò in dono un portone d’oro per il Tempio di Gerusalemme (Yomà 37 a). Venne poi seppellita a Gerusalemme.

Il personaggio che incontriamo nell’ultima pagina del trattato ci viene invece presentato come negativo. Si tratta di Miriam, la figlia di una famiglia dei gruppi di sacerdoti in cui erano divise le attività. Secondo alcuni, questa Miriam divenne apostata e sposò un soldato seleucide all’epoca di Antioco IV Epifane, nell’anno 168 prima della nostra era, durante le persecuzioni che culminarono con la rivolta dei Maccabei. Quando i greco-seleucidi entrarono nel tempio, lei si accodò al marito e diede un calcio all’altare dicendo: << [altare famelico come un] lupo! Fino a quando consumerai le proprietà degli Ebrei e poi non farai niente per aiutarli nei momenti di difficoltà?>> Quando infine i Maccabei vinsero la rivolta, vennero a sapere del comportamento di Miriam e penalizzarono tutto il gruppo a cui apparteneva la sua famiglia. Il Talmud si chiede allora: Come mai il comportamento di una singola persona fece penalizzare la famiglia e tutto il gruppo della sua famiglia? La risposta è duplice: innanzitutto fu penalizzata la sua famiglia perché il frutto non cade mai lontano dall’albero, e quindi le azioni di un figlio rispecchiano quelle imparate a casa, ed in secondo luogo anche le altre famiglie del gruppo furono penalizzate perché si dà per scontato che la negatività si diffonde tra vicini, come anche la positività.

Su questa nota positiva si conclude il trattato, ed anche noi ci auguriamo tutti che la positività, benchè si origini da poche persone, possa poco a poco diffondersi ed allargarsi a macchia d’olio fino a prendere definitivamente il sopravvento, e che ciò avvenga presto, ai nostri giorni.

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