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La Terra di Israele

Siyum Masechet Ketubot

Oggi si conclude lo studio del trattato talmudico di Ketubot, “Contratti Nuziali” in italiano, in cui si analizza la forma giuridica di questi contratti , nonchè gli obblighi tra marito e moglie durante il matrimonio e dopo lo scioglimento del matrimonio. Il trattato affronta anche argomenti come la testimonianza, i voti e la calunnia. Nell’ultimo capitolo, il XIII, viene affermata ed illustrata la superiorità della Terra d’Israele su tutte le altre terre, e di Gerusalemme su tutte le altre città.

Tra i tanti esempi di comportamenti tramite i quali i Maestri hanno manifestato attaccamento e amore nei confronti di quella terra, alla quale si riferisce il famoso epiteto “Terra stillante latte e miele”, troviamo, ad esempio, che R. Abbà ne soppesava e baciava le pietre quando ne attraversava i confini (112b). Anche in assenza del Tempio e dei pellegrinaggi obbligatori che vi si compivano in antichità durante le feste, intraprendere un viaggio in Israele è comunque sempre considerato estremamente meritorio, come dichiara R. Yohannan: “chiunque cammini per [almeno] quattro cubiti sulla terra d’Israele, si merita certamente il mondo avvenire” ( 111a). Un verso molto conosciuto dei salmi (CII,15) afferma: “I Tuoi servi hanno a cuore le sue pietre [di Sion] e amano la sua polvere” ed infatti, per meglio poterla sentire ed apprezzare, R. Hiya bar Ba usava letteralmente rotolarsi nella terra dei campi vicino a Tiberiade. R. Zeira, invece, per l’entusiasmo e la grande considerazione che aveva per le sue acque, si immergeva nel fiume Giordano con tutti i vestiti (Yerushalmi Sheviit IV, 7).

Per evitare che qualcuno avesse da ridire sul clima, R. Ammi e R. Assi tenevano le loro lezioni all’ombra in estate ed al sole in inverno, in modo che gli studenti non potessero lamentarsi troppo (112b, Rashi). R. Chanina, dal canto suo, riparava le strade e rimuoveva ogni ostacolo per i viaggiatori, in modo che questi non avessero a ricavarne una cattiva impressione. 

Una questione complessa e controversa è quella legata alla residenza in terra d’Israele. Leggiamo: “I nostri maestri hanno insegnato: una persona deve sempre abitare nella terra d’Israele, anche se fosse tra idolatri, piuttosto che abitare al di fuori di essa, anche se fosse tra ebrei” ( 110b). Da questo passo sembrerebbe di capire che esista un obbligo di abitare in Israele. Tuttavia, immediatamente dopo (111a), troviamo la discussione tra due maestri babilonesi: R. Zeira e R. Yehudà: R. Zeira che, come abbiamo visto prima, avrebbe di lì a poco dimostrato la sua grande devozione verso la terra santa, desiderava ardentemente trasferirvisi; mentre R. Yehudà si opponeva alla sua partenza. R. Yehudà non soltanto non insegnava affatto l’obbligo di risiedere in Israele ma, al contrario, sosteneva che: “Chi si trasferisce dalla Babilonia alla terra d’Israele commette una trasgressione”. La Babilonia era la terra ove la Provvidenza aveva voluto che gli Ebrei fossero esiliati e là, in esilio, essi sarebbero dovuti rimanere fino a che Dio non si fosse ricordato di loro e li avesse fatti ritornare nella loro terra (Ger. XXVII,22).

Questo discorso, però, non convinse affatto R. Zeira a desistere dal suo proposito. R. Yehudà portò allora la discussione attorno ai 3 giuramenti (allegorici, secondo il Rambam, Iggeret Teiman) contenuti nei versi del Cantico dei Cantici (II,7; III,5; V,8). Più precisamente i tre giuramenti erano: (1) che il popolo d’Israele non dovrà ritornare sulla sua terra in massa prima dell’avvento messianico; (2) che non dovrà ribellarsi alle nazioni del mondo; e (3) che le nazioni del mondo non dovranno opprimere oltremodo Israele. R. Zeira ne approfittò per ribattere che quanto asserito da R. Yehudà era vero, ma si riferiva soltanto al popolo nel suo complesso, e non ai singoli individui. La discussione si concluse, perciò, con l’implicita vittoria di R. Zeira che, avendo dimostrato come effettivamente esistesse un divieto di fare una alià in massa in Israele, ma che il divieto non riguardasse i singoli individui, sarebbe infine partito. Come lui fecero anche alcuni altri notissimi maestri babilonesi, tra i quali R. Chanina e R. Eliezer.

La mizvà di abitare in terra d’Israele aveva fatto capolino nel Talmud per un attimo, ma soltanto per esservi immediatamente confutata. Essa riaffiorerà soltanto molto più tardi, in un’unica altra fonte, ad opera del Nachmanide (commento a Nm. XXXIII,53; Aggiunte al Sefer Hamizvot del Rambam, mizvà 4), ma la sua rimane un’opinione isolata. Anzi, la troviamo chiaramente contraddetta già dai principali decisori antichi: il Maimonide, ed i Tosafisti allievi di Rashi. Il Maimonide, che non incluse questa mizvà nel suo elenco, scrive al contrario (H. Melachim V,7):  “E’ permesso abitare [ovunque] in tutto il mondo, eccetto che in Egitto” (ironia della sorte, Maimonide abitava proprio in Egitto quando scrisse questa halachà). Nonostante che, secondo il Rambam, vi siano dei grandi vantaggi spirituali nel risedere in terra d’Israele, un ebreo non è affatto obbligato a stabilirvisi. Stessa conclusione raggiungono i Tosafisti, procedendo su una linea di pensiero leggermente diversa ( 110b”Hu”): “Oggi risiedere nella terra [d’Israele] non è una mizvà a causa dei pericoli [che si incontrano] per le strade, e delle difficoltà ad osservare i precetti ad essa collegati”. Tra i decisori moderni, citiamo solo uno dei più autorevoli, R. Moshè Feinstein: “Anche chi sostiene che abitare in terra d’Israele sia una mizvà, ovviamente deve considerarla una mizvà non obbligatoria, altrimenti abitare fuori da Israele sarebbe una trasgressione, mentre al contrario è permesso… ed essendo una mizvà non obbligatoria, bisogna sicuramente prendere in seria considerazione le riserve espresse dai Tosafisti” (Igrot Moshè, E.H. I,102)

Abbiamo quindi visto come oggi, per l’ebreo, non vi sia alcun obbligo di risiedere in terra d’Israele. Allo stesso modo, non è nemmeno possibile sostenere il contrario, che esista cioè un divieto di andarci ad abitare prima dell’avvento messianico. Invece, questa può essere considerata una mizvà non obbligatoria che, in quanto tale, ha un valore unicamente subordinato alle circostanze. Non tutti possono compiere questo tipo di mizvà, ma essa acquista un senso soltanto se compiuta da chi ne ha davvero la capacità materiale e la motivazione interiore, e si trova nelle condizioni spirituali ideali per farlo.

Possiamo noi meritare di vedere coi nostri occhi l’avvento messianico tanto atteso, il ritorno completo degli esuli sulla loro terra, Gerusalemme ricostruita, e la realizzazione delle profezie di pace e fratellanza universale, e di conoscenza di Dio.

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